Cosmati

 

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Devo togliermi questo sfizio. I Cosmati non esistono! E' un'invenzione letteraria del XIX secolo, anche se la parola la ritroviamo in un testo del Settecento, ma senza molti altri riscontri. Si deve convenire che il termine suona bene e possiede intrinsecamente quel fascino che non è facile spiegare, unitamente ad un non so che di misterioso, specie poi se lo si rapporti ai lontani tempi dei Cavalieri Templari e alla grandiosità dell'architettura gotica. Non si ha certezza su chi fu il primo autore a coniare il termine di "cosmati" e "cosmatesco", ma è certo che essi divennero sempre più frequenti, riscontrando un certo successo, dalla la fine del XIX secolo, quando finalmente le opere di questi maestri, dopo essere state soppresse e abbandonate a se stesse durante la furia "innovativa" barocca,  furono di nuovo degne dell'attenzione e degli studi che meritano.

Detto questo, possiamo brevemente delineare la storia di questi maestri Cosmati, che inizia sicuramente con il capostipite denominato Magister Paulus. Approfondimenti, invece, possono essere letti nel libro in preparazione.

 

C'era una volta un maestro...le famiglie dei Cosmati

che probabilmente era stato allievo di quelle maestranze bizantine chiamate appositamente dall'Abate Desiderio per abbellire la ricostruita abbazia di Montecassino. Una scuola che affondava le sue radici nella cultura classica greca, romana e bizantina. Infatti, i disegni geometrici che i Cosmati ripropongono di volta in volta nelle lodo recorazioni musive pavimentali e negli arredi liturgici, sono per la maggior parte derivate dal repertorio antico, mentre alcune particolari soluzioni furono direttamente, e forse volutamente, prese in prestito dall'arte decorativa bizantina di fine millennio e della tradizione dei codici miniati di Montecassino.

Magister Paulus, di cui nulla sappiamo della sua vita, lavorò certamente a Roma, dove forse realizzò alcuni pavimenti delle chiese, come quella di San Clemente, mentre la testimonianza della sua firma su una transenna di coro nella cattedrale di Ferentino, ci dice che fu anche il primo a spostarsi nel lavoro fuori dall'Urbe. Siamo attorno al 1100, quando forse le scuole bizantine chiamate dall'Abate Desiderio avevano fatto ritorno a Costantinopoli, dopo aver lasciato la loro ormai indelebile traccia d'arte nelle mani dei depositari magistri romani (e forse, in parte, anche campani). Mezzo secolo dopo, invece, vediamo attivi in Roma i quattro figli di Paolo, ovvero Giovanni, Pietro, Angelo e Sasso (o Sassone). In particolare, il nipote di Paulus, Nicola, figlio di Angelo, ci ha lasciato indelebili tracce, firmando alcuni monumenti eccezionali della sua arte, come il cero pasquale di S. Paolo fuori le Mura a Roma e il campanile del duomo di Gaeta.

 

Foto: Presbiterio di S. Lorenzo fuori le mura a Roma

Questa è una famiglia di marmorari. Segue poi quella di Lorenzo di Tebaldo, capostipite di coloro che possono essere considerati per definizione i veri Cosmati, anche se i loro predecessori della famiglia di Paolo, avevano già espresso tutte le caratteristiche di quell'arte che sarà denominata "cosmatesca". La bottega marmoraria di Lorenzo di Tebaldo e figli è considerata una delle più importante operanti in Roma e in parte del patrimonio di San Pietro, a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Cosma, figlio di Jacopo di Lorenzo, è il principale responsabile della derivazione del termine "cosmatesco", ma solo perchè il suo nome compare spesso inciso sulle sue opere. Cosma I, per distinguerlo da Cosma II, figlio di Pietro Mellini, è il principale artefice, insieme ai suoi figli Luca e Iacopo II, dei monumenti cosmateschi trovati nella città di Anagni.

Un'altra famiglia di artisti "cosmati", quella dei Ranuccio, operava nel centro Italia, ma di questa non ci occuperemo per l'intento del nostro studio che riguarda in modo particolare il Basso Lazio e l'Alta Campania.

Doveroso citare, infine, un'altra famiglia di decoratori e marmorari romani che affiancò spesso le altre famiglie dei Cosmati in lavori molto importanti: i Vassalletto che lavorarono però prevalentemente a Roma, con qualche breve escursione nel sud del Lazio, come a Segni (Pietro Vassalletto) e ad Anagni (Vassalletto II, figlio di Pietro).

 

La poesia geometrica dei Cosmati

 

 

Nello scorrere le numerose immagini che sono su questo sito, non si può evitare di riflettere sul significato non solo decorativo, ma anche simbolico, religioso e filosofico di un'arte che affascina già al primo sguardo. L'arte cosmatesca è come un sunto e perfezionamento dell'opus sectile del mondo romano e bizantino. Non tutto ciò che vediamo nelle varie opere, pavimentali e decorative è una novità inventata dai Cosmati. Molti dei patterns geometrici utilizzati (pavimenti musivi), ogni decorazione (candelabri tortili per il cero pasquale e decorazioni di amboni e iconostàsi),  li ritroviamo già nel mondo classico, romano e bizantino. I Cosmati però crearono l'arte di dare nuova vita a questo classicismo antico, celebrando nella perfezione delle esecuzioni, e nelle innovazioni architettoniche (chiostri cosmateschi, campanili), tutto il meglio che di quella cultura classica avevano ereditato, integrandola in un contesto artistico che ne esaltasse gli elementi simbolici e mistici che tanto importanti erano negli arredi liturgici e nelle pavimentazioni di edifici religiosi. Un simbolismo studiato in una perfetta fusione tra l'architettura strutturale della chiesa e gli elementi di arredo, per risaltare il significato religioso di ogni minimo particolare e che degnamente dovevano introdurre il fedele nel suo cammino attraverso il tempo fino al luogo principale: il presbiterio. Per suggellare questa fusione di elementi simbolico-religiosi, i Cosmati presero spunto da ciò che di più "moderno" vi era ai loro tempi: la geometria sacra che stava generando i capolavori delle cattedrali gotiche.

Ogni fascia decorativa, ogni disegno geometrico, vanno a fare parte di un disegno dal significato universale, che parla un linguaggio universale di bellezza, di amore e di fede che ha per compito di condurre il fedele attraverso i suoi minuti passi sulla strada della speranza per il paradiso. I Cosmati non ci hanno lasciato dei libri di carta, dei manoscritti in cui spiegassero dettagliatamente le idee, le soluzioni, le intenzioni con qui seguivano un approccio al lavoro di architetti, decoratori e marmorari al servizio delle case di Dio e della potenza del Papato, ma le loro opere parlano il linguaggio universale del medioevo, della simbologia esoterica, scientifica, mistica e religiosa. Il numero aureo, i numeri primi, le proporzioni architettoniche, le similitudini e le infinite immagini dei bestiari, erano la loro fonte ispiratrice primaria. Nei primi anni del '900, il matematico Sierpinski scoprì le proprietà frattali delle figure geometriche come i triangoli, da cui la riproduzione di figure simili in livelli successivi sempre più fitti diede il nome di "triangolo di Sierpinski". Ebbene questa proprietà dei frattali la ritroviamo esattamente identica nel concetto e nella geometria in molti dei pavimenti e plutei cosmateschi. I Cosmati usavano la geometria frattale nel 1200!! Forse in modo inconsapevole, ma che significato aveva per loro l'applicazione ad opere d'arte come pavimenti musivi e decorazioni di plutei questa similitudine delle figure geometriche frattali? E' quanto ancora si sta studiando oggi.

 

Lo stile dei Cosmati

 

 

Ereditando dall'antichità classica gli elementi fondamentali dell'arte dell'opus alexandrinus e dell'opus sectile, e influenzati dalle forti correnti artistiche bizantine e islamiche, i Cosmati hanno plasmato tutti questi elementi fondendoli con le loro caratteristiche locali, proprie delle prime botteghe marmorarie romane. Il risultato è davanti agli occhi di tutti, in quelle opere monumentali che possiamo ammirare soprattutto nell'urbe romana, dove la "rennovatio" interessò in particolar modo le chiese paleocristiane. E' proprio in questo contesto che possiamo renderci conto maggiormente che i Cosmati non furono solo marmorari decoratori, ma architetti di grande pregio, anche se limitatamente ad opere bidimensionali. I chiostri di S. Paolo fuori le Mura, di S. Giovanni in Laterano, del monastero di S. Scolastica a Subiaco, come anche il campanile del duomo di Gaeta e i portici di S. Lorenzo fuori le Mura e, maggiormente, quello del duomo di Civita Castellana, ne costituiscono un esempio dimostrativo eccellente. In questo sito ci occuperemo quasi esclusivamente delle opere pavimentali, più marginalmente degli arredi liturgici e opere decorative musive, mentre non tratteremo la parte architettonica su cui è già stato scritto tutto  in alcuni saggi pubblicati di recente.

 

Come in tutte le arti, anche in questa dei Cosmati, possiamo cogliere degli elementi stilistici fondamentali che si ripetono di volta in volta come nella riproposizione di un preciso disegno di base sul quale poi poter lavorare a seconda delle esigenze specifiche che le diverse situazioni richiedono. Questi elementi possono così essere classificati per quanto riguarda le opere pavimentali:

 

Generali

1) L'impiego di una fascia che attraversa per buona parte la navata centrale della chiesa, con l'intento di ottenere una suddivisione bilaterale simmetrica della pianta del monumento;

2) Il riempimento con ripartizioni rettangolari regolari delle parte pavimentali relative al resto della pavimentazione nelle navate laterali;

 

Specifici

1) L'impiego ricorrente di serie di guilloche con dischi di porfido di diversi colori;

2) L'impiego mirato di singoli quinconce o serie avviluppati o giustapposti di quinconce con dischi di porfido;

3) Rettangoli, quinconce o quilloche di riempimento nei pressi del presbiterio

4) Raramente l'uso di forme geometriche monumentali, come stelle ottagonali, quale motivo di interruzione delle fasce di guiloche o quinconce al centro della navata della chiesa.

 

Materiali

I marmorari romani attingevano dalla grande fabbrica di Roma imperiale il materiale marmoreo per realizzare le loro opere. In particolare essi facevano largo uso del porfido ricavato da materiale di spoglio delle antichità romane, come il verde antico, il rosso antico, il giallo antico, ecc. insieme a tutto il campionario dei marmi che venivano utilizzate dalle botteghe romane: il serpentino, il pavonazzetto, statuario, cipollino, ecc.

 

Patterns geometrici

 

Qui possiamo dire con buona approssimazione che i Cosmati non si sono inventati nulla. Tutti, o quasi tutti, i patterns geometrici che hanno utilizzato sono ripresi in modo indentico dall'antichiutà classica, dai pavimenti romani e da quelli bizantini. Quasi tutti i disegni geometrici dei Cosmati che si vedono nei pavimenti delle chiese, sono riproduzioni e fusioni degli stessi motivi utilizzati nell'antichità.

Ad iniziare dalla scuola del pavimento dell'abbazia di Montecassino (1071) voluto dall'abate Desiderio, i Cosmati hanno riprodotto gli stessi giochi geometrici, aggiungendo poco di personale che non sia un retaggio dell'arte bizantina. I pavimenti delle chiese di Costantiinopoli ne sono una testimonianza diretta. Il sapiente gioco di riutilizzo e di fusione di questi elementi geometrici, è invece quanto di meglio potessero fare i Cosmati nel fare propria un'arte antica e riproporla con spiccata ed unica personalità  artistica.

E a tal proposito, mi piace riprendere la felice espressione dell'architetto Kim Williams:

 

I pavimenti cosmateschi, coloratissimi tappeti marmorei la cui ricchezza e varietà contrasta con l’austera semplicità delle architetture romaniche nelle quali sono inseriti, nonostante l’inevitabile degrado prodotto dal trascorrere di quasi mille anni, riescono ancora a sopraffare i nostri sensi con la loro vibrante bellezza.

 

 

Prosegui: ROMANO OPERE ET MAESTRIE  l'origine dell'arte cosmatesca

 

 

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